Storia Contemporanea-Aldo Moro

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Storia Contemporanea-Aldo Moro

Messaggioda pisagius » dom mar 16, 2008 3:40 pm

Trent'anni da quell'evento tragico per la storia politica italiana...

Il capo del partito che dal dopo guerra aveva traghettato l‘Italia, la democrazia cristiana, già presidente del Consiglio. Un uomo docile, intelletto fine e umiltà, un uomo che ha il coraggio di proporre un profondo cambiamento della politica interna. Ma aveva scelto una strada molto rischiosa, quella della mediazione.
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Quell’Italia non era facile. Le strade avevano imparato cosa vuol dire contestazione, anche quelle forme estreme e irrazionali. La politica era diventata ragion di vita e di morte. Gli occhi attoniti di un pubblico impotente di fronte allo scompiglio di massacri di massa, in piazze e stazioni, sapevano bene che le scelte fatte a Roma avevano provocato la ribellione di nuclei terroristici che avevano dichiarato guerra ai servi del potere capitalista. Si era in piena crisi di governo, l’allora presidente del consiglio dei ministri, l‘on. Andreotti, la stessa mattina del sequestro, aveva aperto le trattative, bisognava al più presto dare stabilità al governo per “rassicurare” gli elettori della presenza e del pugno forte dello Stato nei confronti dei sobbillatori terroristi. Ma il dilemma era o nuove elezioni o far entrare i comunisti nella maggioranza per la prima volta nella storia del parlamento Italiano. Si è optato per questa seconda ipotesi ma non è chiaro quanto abbia influito il sequestro dell’uomo che stava trattando con la sinistra… Le continue comunicazioni effettuate dalle brigate rosse durante la prigionia dello statista italiano mantenevano la tensione dello stato, giunto ad una svolta storica con l’ingresso in maggioranza del pci, e nello stesso tempo palesavano la tragica fine che attendeva quest’uomo. La sua scorta era stata massacrata il 16 marzo sotto i suoi occhi, ed ora all’ombra della prigionia, vedeva anche l’imminenza della sua fine. Era stato costretto a scrivere i primi comunicati di suo pugno e i suoi discorsi apparivano a coloro i quali gli erano stati vicini in politica troppo distanti dal suo modo di intendere le cose, ma dimostravano anche l’inutilità del suo sequestro. Da troppo tempo cercava di trovare un’accordo con Botteghe Oscure per dare stabilità al governo e la cosa non era vista di buon occhio neanche da affermati membri della Dc, oltre a non sembrare gradita a quanti, nell’estrema sinistra vi vedevano la fine dell’ideologia Leninista.
Questa è una delle immagini allegate ai comunicati delle br nel periodo di prigionia. La prima era stata recapitata ad un redattore del “Messaggero” la mattina del 19 marzo 1978.
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Ritrae Aldo Moro ripreso sullo sfondo di un drappo rappresentante la stella a cinque punte, il simbolo delle brigate rosse. La foto era corredata di un messaggio. Se la foto dava atto dell’esistenza in vita dello statista, rassicurando gli animi degli italiani, i contenuti dei comunicati lasciavano presagire il destino che lo attendeva. Il primo argomento trattato, passato alla storia come la “confessione di Moro”, riguardava questioni di politica, in particolare della resposabilità del governo e della DC nella strategia della tensione. Le br non venivano rappresentate come “un manipolo di disperati che menano colpi a vuoto, ma come l’avanguardia di un movimento che si giustifica proprio sullo sfondo della situazione internazionale”. Grossi dubbi sorgono quando viene affrontata l’argomentazione riguardante la teoria sociale del SIM (Stato Imperialistico delle Multinazionali), sulla coerenza dell’identità dei rapitori, che se da un lato, come è palese, riconosce l’esistenza di una politica internazionale planetaria determinata non più dai singoli stati, ma da una rete di interessi produttivi, la quale decide delle politiche locali, delle guerre e delle paci, dall’altro si occupa di un parlamentare di un singolo stato, considerato depositario di piani segreti, quando tutti erano perfettamente consapevoli del passo politico che quell’uomo stava per fare. In un secondo messaggio si annunciava l’apertura di un “processo” nel quale giudicare l’operato di Moro. In allegato al comunicato dei brigatisti (numero 3) vi era una lettera di Moro al ministro dell’interno ( Cossiga). In essa il prigioniero dichiarava di trovarsi “sotto un dominio pieno e incontrollato “, sottoposto a “un processo popolare” e affermava che “ in verità siamo tutti noi del gruppo dirigente che siamo chiamati in causa, ed è il nostro operato collettivo che è sotto accusa e di cui devo rispondere”. Tali affermazioni hanno sollevato non poche polemiche tra gli alfieri della politica italiana e molti hanno affermato si trattasse di scritti sotto la minaccia delle armi, non attribuibili al pensiero dello scrivente. Anche perché in essi si decretava la fine politica di quell’uomo attraverso il discredito di fronte all’opinione pubblica. Sollecitava infatti a cedere alle richieste dei brigatisti, richieste che si concretizzavano nella liberazione di prigionieri politici in cambio della sua libertà. Alcuni hanno sostenuto che siccome il gruppo terrorista avesse fallito nei suoi intenti (Moro non era a conoscenza di informazioni segrete), si accingeva a cercare di recuperare il recuperabile attraverso lo scambio di prigionieri politici. Vi furono altri comunicati con lettere di Moro indirizzate alla sua famiglia nelle quali veniva chiesto ai suoi membri di fare di tutto perché il governo decidesse per la liberazione dei terroristi in cambio della sua vita. In successivi comunicati veniva data la sentenza della condanna a morte di Moro ed un ultimatum al parlamento per la messa in libertà dei detenuti (episodio che ha ispirato l’intervento di Paolo VI in una lettera ai rapitori a poche ore dalla scadenza) e la successiva esecuzione. Molti mitomani si sono cimentati a comunicare allo Stato la presenza del cadavere di Moro nelle profondità del lago Duchessa ( tra l’altro in quel periodo era completamente ghiacciato). Ma una telefonata anonima il 7 maggio, dopo le 13,30 al centralino della Questura di Roma avvertì: “ In via Caetani c’è un’auto rossa con il corpo di Moro. La morte risaliva a molte ore prima.
Il volto di quest’uomo, in questa foto, a prescindere dal valore simbolico del ruolo svolto dalla persona raffigurata e dunque troppo nota perché il nostro punto di vista possa essere scevro da condizionamenti, dipinge un tratto di chiara accettazione delle proprie situazioni vitali, e rassegnazione, consapevolezza della propria sorte di essere vivente che aveva giocato tutte le possibilità per venirne fuori. Ed era consapevole della sua fine, ma di una consapevolezza ed di una accettazione dignitosa. Difficile è isolare quest’icona da tutta l’esperienza vitale del soggetto essendo la rappresentazione dell’istante vissuto nella ineluttabilità della Sorte e l’intensità dell’emozione impedisce di individuare i tratti descrittivi della personalità caratterizzante l’individuo raffigurato. Ma se conoscessimo il valore simbolico del ruolo della leggenda Aldo Moro nella tradizione dell’istituzione nazionale, vedremmo in quello sguardo la sorte di un uomo politico italiano nelle mani di un manipolo di uomini armati autore di molti altri disastri nazionali conditi al tritolo. Alcuni lo hanno definito una persona ferma, “il ministro di ferro”, altri si sono soffermati sui suoi tratti di religiosità pietistica, soffermandosi sull’appunto che è stato rapito mentre si recava in chiesa prima di recarsi in ufficio, come era solito fare tutte le mattine. Ma a nosto parere si trattava di uno spirito aperto, un innovatore, che aveva il coraggio di percorrere nuove strade.


Anche le br avevano le loro figure di riferimento...
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L’ombra della foto è come lascia intuire pur a chi non conosca l’individuo rappresentato. Un uomo che ha udito la sorte toccatagli per essere stato un capo spietato della brigata. Le bande nere verticali segnano il volto di Curcio. Sono quelle delle sbarre del tribunale che porranno fine alla sua carriera.L’espressione è velata dalla sapiente scelta di tenere le palpebre socchiuse, o magari un riflesso condizionato al flash? Inutile chiedersi. Ma non si può fare a meno di notare un raggio di compiacimento espresso da un quasi impercettibile sorriso. Se gli occhi fossero stati aperti avrebbero confermato. L’avventura giudiziaria dietro le sbarre è cominciata il 4 aprile 1977, con l’inizio del processo a Bologna ( pochi giorni dopo verrà ucciso il presidente degli avvocati di Torino, fulvio croce che doveva designare i difensori), dopo poco più di un anno dalla sua cattura a Milano (18 ennaio 1976)
Si trattava di un processo durante il quale l’imputato, insieme ad altri nove brigatisti, aveva rifiutato di farsi rappresentare da un legale e non fu facile al giudice trovare una difesa d’ufficio. Tutti avevano timore delle eventuali ripercussioni da parte dei brigatisti. Chiaramene tali timori erano giustificati visto la crudeltà che animava le contestazioni dei gruppi derivati da ideologie di estrema sinistra. Volevano punire i servi dell’imperialismo e per questo quegli anni sono disseminati da stragi ( per far parlare il mondo delle br) e da omicidi eccellenti (sindacalisti, politici, giornalisti, avvocati).
La sua avventura deviante non è ancora conclusa. Il professore vive ancora oggi in ergastolo…
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Credo che la sua compiacenza sia dovuta alle ultime richieste di grazia che ha presentato presso l’ufficio del presidente della repubblica italiano, che contribuiscono a distenderne i lineamenti. Difficile dire se effettivamente quest’uomo abbia capito la gravità del gesto commesso, o se ha pagato abbastanza, ma il suo comportamento di buona condotta lascia a desumere che ormai la sua weltanshaung sia approdata verso altri lidi, quelli della “ragionevolezza”.
La storia comincia nel circuito studentesco a Trento, quando la familiarità con i movimenti violenti di estrema sinistra reazionari porta il giovane “carbonaro” ad intraprenere una strada che lo porterà a diventare uno dei capi storici delle Brigate Rosse. Un giovane erudito e sicuro di sé.
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Il gruppo delle BR si prefiggeva di destabilizzare il governo attraverso azioni terroristiche che, in una prima fase erano dirette contro il pubblico, si colpiva la gente nei luoghi affollati, quello che contava era il numero di vittime. Mentre successivamente, dopo cioè essersi presentati all’opinione pubblica, gli attacchi sono stati ad personam, colpendo giornalisti,molti dei quali feriti ad una gamba, magistrati, molti massacrati, carabinieri, sindacalisti, imprenditori, politici. Tutto finalizzato a condizionare, non solo l’opinione pubblica, ma anche le scelte concrete che stabiliscono delle regolarità nel percorso storico di una nazione.… L’intelligenza acuta, eccessivamente razionale, di persone come Curcio, poteva concepire un disegno che nella sua crudeltà poteva condizionare l’esistenza di un governo parlamentare.
pisagius
 
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